Ricordo di Carlo Chiodini
Carlo era un ragazzo eccezionale, e per questo indimenticabile. Dotato di un’intelligenza vivida e consapevole, non la faceva mai pesare sugli altri; al contrario, la accompagnava con un’umiltà quasi disarmante, quella che spesso appartiene alle menti più grandi. Sono certo che i suoi compagni di liceo lo ricordino come un amico generoso e leale.
Era uno studente eccellente. Ricordo ancora quando gli restituii un compito di matematica valutato 8 su 10: provai più dispiacere io di lui. Carlo, con la consueta lucidità, aveva già individuato l’errore prima ancora di vedere il risultato.
Negli anni dell’università ebbi modo di seguire, seppur indirettamente, il suo percorso. Frequentavo il negozio della madre e venivo aggiornato sui successi di Carlo: la laurea, il lavoro all’estero — credo in Giappone — e, successivamente, il progetto ambizioso di una nave tutta sua.
Sono naturalmente orgoglioso di aver avuto un allievo così brillante, capace di coniugare genialità e semplicità. Tuttavia, sono altrettanto certo che un talento come il suo avrebbe indipendentemente trovato la propria strada e il proprio modo di emergere.
Ci univa, seppur a livelli diversi, la passione per la montagna: per lui quasi una vocazione, per me un interesse più dilettantesco ma sincero.
Julius Kugy, nel suo libro Dalla vita di un alpinista, racconta, a proposito delle sue imprese sulle Giulie, che i Germani aprivano varchi lungo le creste selvose, dedicandoli agli dèi, affinché potessero attraversarle senza impedimenti.
Mi piace pensare, con più umiltà, che un giorno, possa essere Carlo a guidarmi lungo quelle cenge del Montasio che tanto amo.