Lassù, dove osano i krapfen
Ascesa (quasi) pianeggiante di una banda di fratelli
"We few, we happy few, we band of brothers"
(W. Shakespeare, Enrico V)
William Shakespeare probabilmente non ha mai preso la funivia del Col Rodella in un mattino di luglio. Se lo avesse fatto, avrebbe saputo che su quei sentieri la "banda di fratelli" si trasforma rapidamente in un esercito di unni pronti a tutto pur di conquistare l'ultimo strudel.
Confesso una debolezza: sono un escursionista misantropo. Non che detesti il genere umano, sia chiaro; semplicemente, sui sentieri montani lo preferisco a debita distanza. Separato da me da almeno tre tornanti, una cresta affilata e, possibilmente, 0 metri slm. Del resto, basta dare un'occhiata al sito che ho creato per raccontare le mie camminate sulle Alpi orientali (www.vetererossi.it) per capire che i miei interlocutori ideali si contano sulle dita di una mano: sono pochi, silenziosi e rigorosamente dotati di scarponi.
Oggi, però, sono in vacanza a Vigo di Fassa con mia moglie Antonietta. Il piano è ambizioso: percorrere il sentiero Friedrich August partendo dal Col Rodella, raggiungere il rifugio Sassopiatto e scendere in Val Duron, evitando il rifugio Micheluzzi.
È il 2 luglio. Ieri il temporale ha fatto il suo dovere e stamattina il cielo sembra appena uscito dalla lavanderia. Colazione veloce, auto fino al parcheggio di Campitello.. Facciamo il biglietto alle nuove colonnine automatiche, fieri di saltare la fila alla biglietteria dove, per la cronaca, ci sono ben tre persone. Sono le 8:34. Penso con ingenuo ottimismo: "Siamo tra i primi, non c'è quasi anima viva, oggi ce la godremo in pace".
Povero illuso.
L'impianto del Col Rodella è nuovo di zecca. Ogni cabina è un grandioso salotto sospeso. Durante la salita, mentre il panorama si apre come un sipario, una signora romana racconta soddisfatta di aver scelto Campitello perché Cortina le procurava "troppo stress". Qui, dice, finalmente si rilassa; si è persino portata un romanzo giallo. A Roma, poverina, non fa che correre da una presentazione di saggi all'altra. Annuisco con rispetto: ognuno coltiva le proprie forme di masochismo.
Il Giubileo dell'escursionismo
Appena metto piede fuori dalla stazione a monte, vengo travolto da una certezza: qualcuno ha organizzato un Giubileo dell'escursionismo a mia insaputa. Ci sono decine, forse un centinaio di persone. È un tripudio di bastoncini, zaini, passeggini, cani, bambini, droni e, con ogni probabilità, anche qualche commercialista in smart working che fattura sotto il Sassolungo.
Soprassedendo all'invasione, ammiro il gruppo del Sassolungo. Su quelle crode, la nostra amica Maria ha legato indissolubilmente la sua vita a quella di Duccio durante una scalata. Mi commuovo. No, non sono caduti dalla parete: sono solo rimasti "incrodati" in cordata lassù per un'intera notte. Il che, ammettiamolo, favorisce una certa e rapida conoscenza reciproca.
Siamo sulla sommità del Col Rodella, sferzata dal vento. Nella mia testa riaffiora la bellissima descrizione dell'eremitaggio di Grenouille nel romanzo Il Profumo di Süskind: mi identifico con lui, immerso nel "polo magnetico della solitudine estrema... dove la bussola gira in tondo e indica la equidistanza dagli uomini".
Poi, il picco mistico viene bruscamente interrotto:
— "Giuliaaa! Aspetta papààà!"
Grenouille se ne va. E, mestamente, mi avvio anche io.
Comincio a capire di essere finito in una dimensione parallela.
La mia idea di montagna — fatta di silenzio, meditazione e fatica — si scontra con un bizzarro fenomeno antropologico. Cinque escursionisti risalgono il pendio dalla forcella lungo uno scivolo cementato camminando rigorosamente all'indietro. Non uno: cinque. All'inizio penso all'allenamento di una squadra sportiva. Poi ipotizzo una setta orientale. Infine, mi convinco che YouTube abbia ormai prodotto danni cerebrali irreversibili.
La A4 alpina e i krapfen della fede
Sulla forcella siamo già in processione. Il Friedrich August è poco più avanti, preceduto da una lunga fila che serpeggia davanti a un banco di krapfen. Con la mente volo a Napoli, all'Antico Forno Attanasio e alle sue sfogliatelle fritte. Cambia il dolce, ma la fede dei pellegrini resta immutata.
Decidiamo di infilarci nella struttura del rifugio, accomodandoci in una terrazza dall'improbabile architettura alpina. I sedili sono rivestiti di pelle di yak, ma la pioggia della notte li ha trasformati in spugne bombo d'acqua. Sollevo le pelli inzuppate e le metto da parte per salvare i pantaloni.
A quel punto si siedono al tavolo tre giovani donne dell'Europa orientale. Decido di fare sfoggio del mio inglese della Bell School per fare il galante ed evitare loro un bagnatissimo shock:
— "Excuse me, observe that the cushion covering the chair is wet".
Mi guardano perplesse, palesemente infastidite dall'intrusione. Non capiscono una parola, mortificando i miei anni di studio della lingua di Shakespeare. Tant'è: rimangono sedute imperterrite sulle pelli imbibite per tutto il tempo del nostro caffè, evocando in me pensieri licenziosi sui loro glutei forse impermeabili, degni di una poesia di Pasolini sulla Notte di San Giovanni.
Ordiniamo due caffè e il krapfen d'obbligo, poi si riparte. Ma più che un'escursione, sembra una migrazione di lemming.
Da quel momento il Friedrich August smette di essere un sentiero: diventa un'infrastruttura. Una specie di autostrada A4 alpina. Si cammina rigorosamente in colonna. Si sorpassa solo quando consentito. Ogni tanto la fila inchioda bruscamente perché qualcuno deve fotografare un fiore, o perché una selfista fuori sentiero ha deciso di immortalarsi ogni cinquanta metri, creando code a soffietto. Mancano solo i pannelli luminosi: "Coda tra Rifugio Friedrich August e Rifugio Pertini. Tempo di percorrenza: +18 minuti".
Procediamo alla vertiginosa velocità di una processione patronale. Noi siamo ancora più lenti: ci voltiamo a guardare gli yak, le pareti della Torre Grohmann e del Dente, facciamo foto. A un certo punto veniamo sorpassati da un cane comodamente seduto dentro uno zainetto. I più allenati ci sfrecciano accanto senza usare le frecce di segnalazione, esattamente come fanno in autostrada.
Già Julius Kugy, il cantore delle Giulie, esprimeva un severo giudizio sull' "uomo dei record" che corre accaldato senza occhi per la natura (“Ed ecco un tale che ci passa accanto di corsa, accaldato, senza fiato. Non ha occhi per la bellezza della natura... È accaduta una disgrazia a valle? No, no: è l'uomo dei tempi, l'uomo dei record. Egli misura i suoi divertimenti e il suo trionfo sulla brevità dei tempi”.[1]
Kugy, ai tempi in cui scriveva chiedeva l’intervento del buonsenso, oggi avrebbe chiesto l'intervento della stradale. Ci fermiamo a osservare un prato punteggiato dalle rarissime nigritelle; chi ci sorpassa ci guarda come se fossimo alieni.
All'improvviso, a rompere la monotonia, compare una creatura atletica in impeccabile tenuta da trail running, con due cani al guinzaglio firmato che sembrano avere un piano aziendale preciso per la giornata. Ci supera senza affanno e svanisce all'orizzonte come un'apparizione mistica. A proposito: la via è piena di escursionisti "al guinzaglio" dei propri cani. I padroni ci parlano, fanno loro domande che restano inevase. Carlo V si rivolgeva ai cani in tedesco; qui, oggi, potrebbero usare Google Translate. Ai loro amici a quattro zampe fanno moine continue; a noi poveri cristi di passanti, invece, non concedono neanche un saluto.
Tra influencer dell'Ottocento e miti via WhatsApp
Arriviamo al Rifugio Pertini. Un ingorgo stradale. C'è chi ha già finito la sua escursione sulle sedie a sdraio, mentre i tavoli esterni sono inspiegabilmente vuoti. Giusto il tempo di ripartire e veniamo travolti da un rumoroso gruppo di ragazzi in pantaloncini da basket, felpe tattiche e zaini flosci contenenti poco più di una bottiglietta d'acqua. Volano alti sui sentieri. Mi assale la nostalgia per il passo ritmico, elegante e musicale del mio amico Giuliano, che negli ultimi vent'anni ha percorso tutti i cammini di Santiago partendo da ogni punto cardinale possibile, oltre ad aver calcato ogni centimetro delle Carniche e delle Giulie.
Ci superano famiglie di ogni genere. C'è il nonno encomiabile che indica i monti ai nipoti ("Là c'è la Marmolada, là i Monzoni...") e c'è la mamma che, per far camminare il figlio, gli accenna il mito di Re Laurino e del giardino delle rose. Purtroppo, la signora non sembra molto preparata: riassume il mito con la profondità di un messaggio WhatsApp. Un vero peccato, perché quella leggenda si presterebbe a essere arricchita di dettagli, abbastanza da farlo camminare per ore.
Superiamo Laurino e pure Similda.
Ora camminiamo in mezzo alle stelle alpine. La famiglia con adolescenti che ci precede non se n'è nemmeno accorta. Quando gliele indichiamo, esplodono in un entusiasmo sonoro da far quasi tremare le crode.
Ultimo tratto in salita prima del Rifugio Sassopiatto. Il colloquiare ad alta voce di due bancari riguardo a titoli e azioni ci induce a rallentare: speriamo di carpire qualche dritta finanziaria per investire il nostro magro gruzzolo. Tutto inutile: non abbiamo il trading online, restiamo poveri ma d'alta quota.
Scollinando, lo sguardo si apre finalmente sull'Alpe di Siusi. Amo questi luoghi, frequentati nell'Ottocento dai viaggiatori inglesi Gilbert e Churchill — praticamente gli antesignani dei nostri prezzolati influencer di oggi — che nel loro libro Le montagne dolomitiche raccontavano la permanenza a Bad Ratzes e della loro discesa a Campitello.
Il Rifugio Stellato
Arriviamo al Rifugio Sassopiatto e optiamo per il pranzo lì anziché alla malga. Nell'ultimo tratto siamo stati superati da una mandria di escursionisti affamati, chiaramente terrorizzati dall'idea di non trovare posto. In realtà, il rifugio è grande e organizzato divinamente. Per noi è da "stella Michelin" per servizio, pulizia e cucina. Se ci penso non abbiamo mai frequentato un ristorante stellato.
Ci fanno accomodare a un tavolo sociale: a un'estremità c'è Erika, una signora di Ortisei che sta ordinando in tedesco. Erika parla anche italiano (l' "anche" è volutamente ironico). È una vera integralista dell'Alpe: è arrivata in bus a Santa Cristina, è salita a Mont de Plana e ha camminato fin qui. Ci mostra orgogliosa una cartina e un taccuino di mappe. Il suo piano? Tornare a Ortisei facendo un anello monumentale, rigorosamente a piedi.
Antonietta ordina una minestra di erbe alpine con crostini; io mi fiondo su salsiccia e polenta. Chiudiamo in bellezza con due Linzer Torte con mirtillo e panna, acqua e caffè. Servizio col sorriso, squisito. Il conto? Sotto i 50 euro. A queste altitudini, un regalo. Paghiamo con la carta ma lasciamo una meritata mancia, ricordando Amelia Edwards che nel 1872 scriveva che in questi luoghi l'amicizia ospitale non viene mai inserita come voce nel conto. Qualcosa è cambiato da allora, ma lo spirito resta intatto.
Salutiamo Erika.
Prima di scendere, scattiamo due foto di rito con lo Sciliar e la Bullaccia con le panche delle streghe sullo sfondo, scomodando il racconto in friulano di Caterina Percoto Lis Striis di Germanie. Siamo nel punto più alto dell'escursione. Non saremo su una cima, ma concordiamo con Gilbert e Churchill quando scrivono che certe altitudini si addicono solo alle aquile, e, del resto, che un'ora passata lassù dura una vita intera (“that such an altitude is convenient only for the eagles and that an hour of it last a life time”).
Discesa con Via Crucis incorporata
Il piano originario, come detto, è rientrare a Campitello scendendo in Val Duron senza passare dal Micheluzzi.
La prima parte della discesa è idilliaca: incontri umani rari, fioriture multicolori, marmotte di vedetta, una bambina tedesca che si esercita ripetendo a ciclo continuo "Come ti chiami?", gigli di San Giovanni e una ghiandaia che lotta con una pigna.
Poi, commettiamo l'errore fatale: fidandoci del nostro albergatore, prendiamo una "scorciatoia" per Campitello.
La scorciatoia si rivela essere, letteralmente, la storica Via Crucis di Campitello. Con tanto di stazioni. Solo che la via Crucis la facciamo noi, in senso fisico e poco spirituale. Meno di 80 metri di dislivello tramutati in "millemila" scalini con alzate fatte da due solidi tronchi di larice ma totalmente fuori norma per qualsiasi licenza edilizia moderna. Le stazioni sono 14. Una condanna a morte… per le nostre ginocchia già provate dall'A4 alpina.
Rientrati in albergo, strisciando, ci infiliamo sotto una doccia rinfrescante. E finalmente, rilassati, contempliamo la quindicesima stazione della nostra Via Crucis: quella della nostra gloriosa resurrezione.
Un fanatico dell'escursionismo: si narra che quando indossa gli scarponi, questi lo facciano levitare istantaneamente due centimetri da terra —ininfluenti vista la statura — e in condizioni di attrito zero, sia in grado di raggiungere velocità di crociera pari a quelle di un TGV in territorio montano.
A conferma della sua inaffidabilità sociale, va detto che per anni ha insegnato matematica, fisica e informatica, rovinando non una, ma intere generazioni di studenti, in un crescendo di danni collaterali che si tramandano ormai di padre in figlio. Per questo motivo risulta tuttora ricercato soprattutto dalle classi che festeggiano i venti o trent'anni dalla Maturità, animate dal sacrosanto desiderio di "dargli finalmente una lezione".
La moglie, una santa donna canonizzabile in vita, lo segue da 46 anni — pardon, è stolkerata da 46 anni —, vittima designata di questo fanatico Testimone di Geova dell'Alpe, come è stato acutamente ribattezzato di recente. Alle amiche confida che, ancora oggi, lo segue in montagna "come un cagnolino senza museruola né guinzaglio", per giunta senza nemmeno la consolazione di accessori firmati.
Cucina per amore e con amore, questo va detto a suo merito. Ma visto il soggetto in questione, meglio non fidarsi troppo: potrebbe trattarsi di un'esca.
Sembra inoltre che nutra una sfrenata passione per la lettura, dalla quale — a suo dire — dipenderebbe direttamente il suo grado di pericolosità sociale.
Ha comunque dichiarato, con encomiabile sincerità, che ogni mattina al risveglio rivolge un sentito ringraziamento al buon Dio per questi anni meravigliosi che gli ha regalato — probabilmente per farsi perdonare in anticipo la giornata che sta per infliggere al prossimo
[1] [1]Julis Kugy (1858-1944), il cantore delle Giulie. La citazione è tratta dal capitolo di un suo libro Dalla vita di un alpinista “I monti della Val Romana” pag. 124 EditorialeDomus